Cacasenno e la biodinamica

In questa tomba tenebrosa e oscura,

Giace un villan di sì deforme aspetto,

Che più d’orso che d’uomo avea figura,

Ma di tant’ alto e nobil’intelletto,

Che stupir fece il Mondo e la Natura.

Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,

Fu grato al Re, morì con aspri duoli

Per non poter mangiar rape e fagiuoli

 

La Biodinamica secondo Cacasenno

Secondo i suoi detrattori più accaniti, l’Agricoltura Biodinamica non è altro che un patetico coacervo di pratiche esoteriche e stregonesche, applicate da agricoltori che agiscono o in malafede – per lo più guidati da secondi fini economici – o, nel migliore dei casi, da adepti stupidi creduloni che in buonafede applicano in maniera dogmatica dei principi privi di qualsiasi base scientifica. Il tutto sotto l’occhio complice degli enti certificatori e l’ingenuità dei consumatori finali, abbagliati da qualsiasi pratica eco-chic e new-age del momento.

Ovviamente, essendo io un produttore biodinamico, sono di tutt’altro avviso ma prima di avventurarmi nella discussione di merito, consentitemi una breve digressione letteraria e tornare a qualche (ahimè) anno addietro, a quando ancora ci si divertiva a disegnare cuori sulla scrivania col temperino, a imbrattare il diario dell’odiato compagno e a quando si usavano le bic come cerbottane per palline (spesso ma non sempre) di carta.

A quei tempi, i libri di antologia riportavano ancora i divertenti racconti di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno – racconti in cui emerge chiara la contrapposizione tra la vita semplice e schietta dei contadini e quella artificiosa e vana di corte.

In questi racconti Bertoldo viene rappresentato come lo stereotipo del contadino rozzo ma saggio, astuto d’ingegno e dotato di senso pratico, che si rispecchia nel nostro comune detto <<contadino: scarpe grosse e cervello fino!>>.

Bertoldo è talmente saggio che il Re lo vuole vicino a sé, a corte, come consigliere personale. Ma il povero Bertoldo non riuscirà mai ad adattarsi a quella vita e finirà con l’ammalarsi e poi morire per non poter mangiare il cibo contadino cui era abitutato. Morì per non poter mangaiare rape e fagioli!

Bertoldino, figlio di Bertoldo, al contrario del padre, si dimostra alquanto sciocco ma, nonostante gli agi della vita di corte – che si erano rivelati fatali per il padre – negli anni diventa più saggio e accorto.

Cacasenno invece, figlio di Bertoldino e nipote di Bertoldo, si dimostra ancora “più semplice, che già non fu suo padre, e più grosso dell’acqua dei maccheroni”. Il suo nome infatti, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non indica un pozzo di scienza, ma uno sciocco ignorante con atteggiamenti da saputello.

Ma perché parlo di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno? Perché mi sembrano una splendida analogia del nostro progressivo allontanamento dalla saggezza antica per inseguire i dettami della scienza e della tecnica.

Ma veniamo ora alle questioni che il nostro bravo Cacasenno pone nei confronti della biodinamica moderna:

 

Secondo Cacasenno la biodinamica contiene pratiche agronomiche risibili e senza base scientifica

La terra non si riduce al solido nocciolo che abbiamo sotto i piedi. Si prolunga per centinaia di chilometri sopra le nostre teste. Il mondo aereo, parte meno visibile, è teatro di un sistema di scambi che agisce come un vero e proprio tampone tra le leggi terrestri e non. Intenso corridoio dove sono tessuti i legami tra le leggi della vita e quelle della materia, è il luogo dove avviene la digestione di una realtà più sottile proveniente da lontano e dove è favorita la mutazione tra due mondi molto diversi. L’uomo ha in quest’ambito una grande responsabilità perché se si falsano le condizioni dell’interscambio si danneggia il supporto stesso della vita. – Nicolas Joly

Le vie che portano un produttore ad abbracciare la filosofia biodinamica sono le più disparate. Per quanto mi riguarda mi sono avvicinato per la prima volta al mondo della biodinamica leggendo il libro “Il vino tra cielo e terra”, di Nicolas Joly. E’ stato un incontro difficile ed articolato. Come quando si incontra una donna tanto bella quanto misteriosa e di cui non afferri completamente l’essenza e l’eccitazione della scoperta lascia spazio e si alterna a dubbi ed incognite, a pericoli di incomprensione. Il libro Joly’ mi appariva così, poetico e misterioso, esoterico e rivoluzionario. All’epoca, per me che sono di formazione scientifica e ingegneristica, il sentire parlare di non ben specificati livelli sottili o strati energetici o “atteggiamento dionisiaco di una vite” mi lasciava con molti interrogativi irrisolti, tanto che abbandonai presto la lettura.

Ma la curiosità di saperne di più era forte e decisi quindi di andare direttamente alla fonte della filosofia Steineriana che tanto aveva ispirato Joly. Comprai quindi vari libri di Rudolf Steiner e li lessi quasi tutti. Impresa tutt’altro che agevole, lo ammetto. Libri di pedagogia, di euritmia, teosofia, scienza occulta e, infine, Impulsi Scientifico-Spirituali per il Progresso dell’Agricoltura, appunti dai quali discende la biodinamica moderna.

Quelle letture, essenzialmente filosofiche ma con alcuni risvolti pratici, mi aprirono la mente su molti aspetti della vita e mi dettero precise risposte al perché avevo deciso di diventare vignaiolo. Ora, per non urtare lo spirito laico di molti di voi, tralascerò quegli aspetti della filosofia Steineriana che sono maggiormente legati alla spiritualità e mi concentrerò invece sui due concetti fondamentali che più legati all’agricoltura:

  1. Secondo Steiner, l’azienda agricola è un vero e proprio organismo vivente in cui i vari componenti, animali, piante, acqua e minerali e uomo vivono in equilibrio tra loro
  2. Il cosmo, sole, luna e pianeti sono indissolubilmente legati al destino dell’Uomo e della terra e tra di loro esistono legami energetici che sono alla base stessa della vita

Credo che nessuna delle due affermazioni di cui sopra possa essere confutata da nessuno scienziato dotato di buon senso anche se si tratta, a ben vedere, di una visione olistica dell’agricoltura.

Ma se si ammette quindi una visione olistica di questa nostra Terra, degli esseri viventi e non che la popolano e del loro legame con l’Uomo e l’universo circostante, non sorprenderà scoprire che le pratiche biodinamiche non sono semplicemente indirizzate a “curare” malattie fitosanitarie ma ad alimentare quell’equilibrio vitale.

Ma Cacasenno è ignorante nel senso che “ignora” l’antica saggezza del nonno Bertoldo, saggezza antica che gli veniva dall’essere ancora legato alla Terra ed alla Natura in modo profondo, istintivo e sincero. Un legame culturale ancestrale che io definirei olistico me che il nostro moderno uomo di scienza, il Cacasenno dei nostri giorni, non esiterebbe a definire come folkloristico.

Cacasenno infatti vive di ricerche scientifiche, di dati e di di statistiche e sarà pronto, ad esempio, a ridicolizzare i dettagli più bizzarri della biodinamica (ad esempio le modalità con cui si allestiscono i preparati biodinamici) piuttosto che cercare di comprendere il messaggio fondamentale della filosofia Steineriana.

Cacasenno crede nel potere salvifico dei pesticidi, classifica i fitofarmaci con termini come DL50 (dose di fitofarmaco letale per il 50 percento delle cavie) senza realmente vedere che si parla di morte, è disposto a scommettere la propria madre che i diserbanti non fanno venire il cancro e che la Monsanto salverà il mondo dalle carestie e dalle guerre!

 

Dice Cacasenno che molti agricoltori Biodinamici sono in malafede e gli altri sono solo dei creduloni

Ci vuole un poeta per fare un buon vino – Aimé Guibert

Mi sentirei di poter affermare con sicurezza che uomini in malafede esistono in ogni disciplina, in ogni settore della nostra vita, pubblica e privata. Non posso quindi escludere che ne esistano anche in agricoltura biodinamica.

Tuttavia, posso anche dire con altrettanta certezza, di conoscere personalmente molti agricoltori biodinamici che, come me, vivono il legame con la Terra con sincero ed intimo trasporto, quasi religioso. Il che non vuol dire che chi non è biodinamico non lo viva con uguale intensità e passione, tutt’altro. L’amore per la Terra non è un’esclusiva degli amici Biodinamici.

In nome di questo amore, ogni anno conduciamo la nostra personale battaglia contro peronospora, oidio e botrite limitando al minimo indispensabile l’uso della chimica, integrandola il più possibile con rimedi naturali, facendo prevenzione, confrontandoci assiduamente, moltiplicando le esperienze, facendo rete, ascoltando tutte le voci, anche quelle fuori dal coro, inclusa quella gracchiante di Cacasenno.

Questo perché fare Biodinamica non significa smettere di ascoltare, sperimentare, andare oltre quanto suggerito da Rudolf Steiner nelle sue lezioni agli agricoltori. In fin dei conti è biodinamica e non biostatica!

Quanto al carattere dogmatico di certe pratiche, beh forse in parte è così.

Sulla dinamizzazione dell’acqua si sono fatte molte ricerche e pare che adesso vi siano pure delle basi scientifiche che spiegano come questo sorprendente liquido sia in grado di memorizzare – se sottoposta a determinati stimoli energetici esterni – il contenuto che vi viene sciolto, di fatto moltiplicandone l’effetto migliaia di volte (lo stesso principio delle diluizioni omeopatiche).

Ma a me dinamizzare l’acqua affascinava prima ancora di sapere dei risultati degli esperimenti scientifici di Luc Montaingner e del suo team sulla memoria dell’acqua.

E anche sul preparato 500 si sono fatti tanti studi, appurando che la carica microbica probiotica in esso contenuta è centinaia di volte superiore che nello stesso letame e pochi quantitativi contribuirebbero significativamente alla miglioramento dell’ humus del terreno.

Ma al di là di questi studi, io trovavo e trovo che irrorare la terra con l’irroratore di rame seguendo un passo deciso e con movimenti ampi ed elicoidali del braccio, disegnando un otto nell’aria, sia un atto estremamente poetico e profondo, una specie di benedizione della terra. Tanto sacrale quanto la benedizione che i fedeli ricevono in chiesa (chiedo ancora scusa ai miei lettori più laici)

Per chi pratica la Biodinamica, gesti e riti sono tanto importanti quanto le ricerche scientifiche perché rinsaldano un legame tra noi e “il resto”, legame che è tradizione, cultura, spiritualità, non solo scienza.

Ma ovviamente a Cacasenno non interessano le poesie, non interessano i riti e le tradizioni; i riti non aumentano la resa per ettaro e le tradizioni sono un inutile fardello per la conoscenza.

A Cacasenno interessano i risultati comprovabili, misurabili e riproducibili e quindi un buon agricoltore non dovrebbe né pensare né tanto meno sentire. Un agricoltore è un operatore che deve fare quello che tecnici e consulenti prescrivono,nel nome della scienza e del progresso.

 

Cacasenno crede che gli enti certificatori siano tutti collusi e i consumatori dei radical-chic

Tu menti sapendo di mentire! – Charles Bukowski

La certificazione in campo agroalimentare è sempre un punto dolente e soggetto a critiche, in parte anche giustificate. Nel caso delle certificazioni biologiche o biodinamiche infatti, la critica principale è che poiché il controllato paga il controllore, questo crea un quasi inevitabile conflitto di interessi. Non mancano poi critiche di merito, ovvero: come può un ente certificatore controllare se in campo vengano effettivamente seguite le pratiche richieste per essere certificati? La risposta onesta è che un ente certificatore può fare ben poco contro un agricoltore disonesto.

Molto meglio una certificazione partecipata, un’associazione di agricoltori, consumatori e operatori, tanti piccoli Bertoldini, che non solo si controllano vicendevolmente ma si incentivano, si spronano a fare sempre meglio, facendo ricerca sul campo, alleandosi con le università, facendo cultura e informazione, perseguendo pratiche di buona agricoltura, come la chiamava Veronelli, sia essa biologica, biodinamica, omeodinamica o altro, fuori dalle logiche degli organismi certificatori, innescando e favorendo comportamenti virtuosi.

Quanto ai consumatori di prodotti biodinamici, piuttosto che credere che siano dei nuovi radical chic alla ricerca dell’ultima moda eco-new-age, preferisco pensare che siano persone che stanno dalla mia stessa parte, Bertoldini pure loro, che vogliono consegnare ai propri figli un mondo migliore di quello che hanno ereditato.

Ma Cacasenno, oltre a non credere alla poesia, a non credere a riti e tradizioni, non crede neanche nella buona fede degli uomini e pian piano è diventato cinico e disilluso.

Si narra però che un giorno Bertoldo, contadino rozzo nerboruto e peloso, intuendo lo smarrimento del povero Cacasenno, si avvicinò al suo saccente nipote e lo strinse a sé con tanto e tale calore e affetto che a Cacasenno quell’abbraccio gli ricordò quello profumato e avvolgente della mamma.

Vedi nipote mio – disse Bertoldo a Cacasenno – praticare una buona agricoltura è principalmente una questione di amore e coscienza, non di scienza. Cacasenno guardò il nonno con aria smarrita e preoccupata assieme e pensò, col dolore in cuore, che avrebbe presto dovuto farlo ricoverare in una casa per anziani.

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