Terra, sudore, lacrime e sangue

Non ne posso più di sentire parlare di vino a vanvera.

Saccenti imbecilli che non appena hanno finito un corso di sommelier si atteggiano a esperti e sparano sentenze su vini di cui non conoscono niente.

Blogger che pur di mostrare la propria competenza, assaggiano vini a ripetizione, facendo a gara tra loro a chi assaggia di più e producendosi in fiumi di aggettivi sempre più pomposi e bizzarri per qualche “like” in più, ma che non hanno mai spostato il culo dalle loro enoteche preferite.

Produttori che si atteggiano a vignaioli artigiani, filosofi della terra ma che passano il loro tempo al computer, in ufficio, in fiera o a parlare, parlare, parlare… sulle riviste, sui giornali e in dibattiti, in seminari o convegni.

Intellettuali di ogni sorta che fanno a gara a chi si inventa semiotiche, analogismi, parafrasi, parabole e iperboli sul vino senza aver mai calpestato una vigna, partecipato ad una vendemmia o tenuto in mano una forbice da potatura.

A tutti questi saccenti, intellettuali, teorici e filosofi di ogni sorta preferisco chi si approccia al vino classificandolo in “mi piace” o “non mi piace”.

Perché se vuoi seriamente parlare di vino, devi esserti sporcato le mani almeno una volta con la stessa terra che ho sotto le mie unghie; se vuoi capire qualcosa di vino devi avere visitato decine di aziende agricole e visto in faccia il vignaiolo che produce i vini che degusti.

Alle riviste e alle guide faziose che si limitano a vergognosi redazionali in cui i soliti noti enologi e produttori  si spartiscono spazi e bicchieri, preferisco i Critical Wine nei centri sociali, perchè li c’è spazio per la ricerca del nuovo e del dissidente, del piccolo, dell’artigiano, del vero.

Ai vini perfetti, pettinati e pluripremiati prodotti da neo filosofi radical-chic che vestono eleganti capi da aristocratico campagnolo preferisco il vino, forse imperfetto, con la volatile un po alta, quello del contadino taciturno e scorbutico, che ho conosciuto di persona, mani grosse e viso rugoso bruciato dal sole. Ma preferisco anche il vino indstriale di chi lo produce industrialmente senza nasconderlo. Lo trovo più onesto e sincero.

Perchè se vuoi definirti vignaiolo, fammi il piacere, smetti di parlare e vai in vigna a lavorare.

Essere vignaiolo significa vivere un rapporto speciale con la terra, profondo e quasi spirituale; significa amarla ed onorarla e per questo anche soffrire; significa fatica e sudore, gioia e pianto, come in amore. Significa felicità e senso di appagamento per un vino che hai aspettato pazientemente per anni dopo una vendemmia straordinaria e tristezza e disperazione per la perdita del raccolto per una grandinata feroce di mezza estate.

Essere vignaiolo significa saper contemplare e interpretare la natura e gli elementi, ma anche lavorare di mani e di braccia, sotto la pioggia o sotto il sole, duramente, fino a spaccarsi la schiena per finire il lavoro in tempo utile, fino a sbucciarsi e sanguinare, fino a lacrimare per il troppo sole, fino a sentire le gocce di sudore che scendono copiose lungo la fronte e sulla schiena.

In un vino di vignaiolo, se vuoi cercarlo, ci trovi terra, sudore, pianto e sangue. Nei miei vini c’è tutto questo e me ne frego dei giudizi sommari dei sommelier, dei redazionali delle riviste di settore e delle guide, dei blind tasting e delle medaglie. Dei miei vini a voi lascio dire “mi piace” “non mi piace” oppure potete provare a conoscerli, a conoscermi.

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5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sommelier Mary ha detto:

    Caro Stefano, il tuo articolo mi ha emozionato molto. Lo trovo vero, schietto e sincero. Si, così. Non c’è molto altro da dire. Sento quello che dici perché è un po’ quello che si vive da “ristoratori” (ci sono dentro fino al collo) quando si leggono le recensioni su social e su tripadvisor da gente che non sa i sacrifici fisici ed economici che ci stanno dietro. Dalla mattina presto a sera tardi; per poi leggere i commenti degli “esperti” di turno che con arroganza sputano sopra su quello che fai senza cognizione di causa. Già.
    Ciò detto non sputare sopra tutti quelli che scrivono perché c’è chi lo fa con cuore e passione, senza guadagni. Anche per ricercare i piccoli produttori da far conoscere alla clientela, per rivalorizzare il nostro patrimonio a chi conosce solo etichette note o a chi si affida a guide a volte costruite con dei forti interessi dietro (è il mondo che gira così, in tutti i campi ed ovunque). C’è chi è diventato sommelier per avere quattro riferimenti in croce dai quali poi imparare per capire da chi questo mestiere lo fa. Sei sommelier e non sei nessuno. Hai ragione. Per quello io mi definisco “ufficiosa” piuttosto che “ufficiale” ma ho una grande apertura e voglia di imparare, viaggiare, scoprire, ascoltare. Per passione, punto.
    Un abbraccio

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    1. Stefano Gonnelli ha detto:

      Ciao Mary
      Siamo dalla stessa parte. La mia critica era rivolta ad un gruppo di persone che con arroganza danno giudizi senza conoscere, senza sapere e senza sapere di non sapere.
      Io dico di me stesso che non so niente di vino e di viticultura. La pratico. Al meglio delle mie possibilità e con ancora quella ingenuità con la quale mi sono addentrato in questo mondo. Mi aspetto la stessa umiltà, la stessa voglia di imparare, di capire e di sorprendersi anche da chi sta dall’altra parte. E dalle tue parole intuisco che tu sei esattamente così. Mi fa piacere. Se mi dici dov’è il tuo ristorante verrò a trovarti perché se è vero che un buon sommelier deve “camminare” la vigna, anche un buon vignaiolo deve saper “camminare” il mondo.
      Un abbraccio
      Stefano

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  2. Sommelier Mary ha detto:

    Caro Stefano, ti aspetto a Padova in Gourmetteria. Peccato il tempo tiranno ma averlo saputo bazzicavo per la Toscana proprio ieri, mi sarebbe piaciuto visitare la vostra azienda. Troverò comunque a brevissimo il modo per bere (più che assaggiare!) i tuoi vini. Un abbraccio ancora, a presto

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  3. barbara ha detto:

    Ciao, non ci conosciamo però mi permetto di scriverti per ringraziarti delle parole 🙂
    Arrivo giusto ora dalla vigna, nella ormai stagionale lotta per “elettrificare” le vigne nella speranza che i cinghiali non si mangino la metà del raccolto, come ogni anno.
    Sono in Catalogna, e non in Italia, ma ogni tanto ho i tuoi stessi pensieri … ma come fanno tanti “piccoli” produttori a muoversi tanto per fiere e saloni in piena primavera, con il mucchio di lavoro che c’è in vigna, per esempio?
    Noi siamo dei convinti sostenitori della vendita diretta: venite in cantina, camminate con noi nelle vigne, chiaccheriamo tranquillamente davanti ad un bicchiere … e poi parliamo di vino!

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    1. Stefano Gonnelli ha detto:

      Il bello del vino è che è uno strumento per aprire le anime e parlarsi. È molto più bello parlarsi bevendo vino che parlare di vino. 🙂
      Buon lavoro e speriamo di conoscersi presto!

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