Terroir – I gesti della vita

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Il termine terroir non significa più niente.
Terroir é un termine coniato dai francesi che indica l’insieme dei fattori che, nel tempo, contribuiscono a conferire tipicità ad un vino. Tra questi fattori rientrano il vitigno, il clima, il suolo e le tecniche di coltivazione della vite e di vinificazione dell’uva.
Da questa defnizione appare chiaro che a rendere tipico un vino non contribuiscano solo fattori climatici e ampelografici ma anche fattori umani.
Quello che mi convince meno di questa definizione é invece il fatto che riduca il contributo del fattore umano a pura tecnica, sia in campo che in cantina. Tecnica e solo tecnica.
Eppure, anche senza voler cedere ai facili ricordi nostalgici, dobbiamo riconoscere come nelle comunita’ del nostro recente passato agricolo pre-industriale, il contadino aveva un ruolo ben preciso e da tutti riconosciuto: cosi come al maresciallo affidavamo il ruolo di garante della sicurezza, al maestro la responsabilità dell’istruzione dei nostri figli e al parroco la salvezza delle nostre anime, al contadino ci si affidava per provvedere al sostentamento della comunità stessa.
Il contadino era un instancabile lavoratore, poco erudito e a volte analfabeta, ma dotato di una sensibilita’ non comune: era un interprete, un mediatore cui era affidato il non semplice ruolo di gestire il rapporto tra il mondo degli uomini e la natura, alla ricerca del continuo equilibrio tra le forze domestiche ed il selvatico.
Il quelle comunita’, il ruolo degli uni e degli altri era pubblicamente riconosciuto e rispettato, e ciascuno di essi era caratterizzato da gesti e riti quotidiani; riti che da un lato rinsaldavano il nostro senso di appartenza alla comunità e dall’altro stabilivano la nostra identità culturale, nella sua accezione più ampia.
Gesti e riti erano importanti perche’ davano un senso alle nostre azioni, stabilivano un’intenzionalità al nostro stesso essere vivi e essere umani.
Così come, ad esempio, la montagna per un montanaro non è mai solo un ammasso di roccia ma è insieme casa, rifugio, oasi, fonte di nutrimento e sostentamento, dono da preservare e tramandare ai figli e adorare come espressione del divino, così era la terra per il contadino.
Madre dura e arcigna ma generosa e fonte di vita, generatrice e ristoratrice. Il contadino viveva in simbiosi con essa ed i suoi gesti non erano mai casuali ma dettati da una conoscenza in parte acquisita e tramandata nel corso dei secoli e in parte suggeriti dal suo sentire che cosa fosse giusto fare in quel particolare momento. I riti invece spesso non avevano nessun risvolto pratico se non quello di cementare il legame spirituale e culturale tra quella terra e quella comunità. Mi riferisco ai riti della fertilità, ai riti della raccolta, ai riti propiziatori per ottenere i favori degli elementi; penso poi al rito del racconto intorno al focolare in cui si tramandavano miti e leggende popolari; alle feste paesane in onore di questo o quel santo ma anche alle semplici passeggiate nei campi e tra i filari, in rispettoso silenzio, in contemplazione della natura.
Ogni gesto e ogni rito avevano un significato ed un senso.

Successivamente all’avvento – seppur utile – della tecnica e della chimica, tutti questi comportamenti, gesti e riti, si sono prima affievoliti per poi scomparire quasi del tutto o hanno finito col perdere il loro significato originario per assumerne uno completamente nuovo. E’ triste constatare come il contadino oggi sia principalmente un operatore agricolo, le cui azioni sono dettate dalla chimica e dalla tecnica agronomica e dai tanti consulenti che stabiliscono come e quando effettuare gli inteventi sia in vigna che in cantina, secondo calendari o disciplinari spesso stabiliti a tavolino e non in campo.

L’obiettivo finale é la massimizzazione della produttivita’ e del profitto ed in questo si é smarita l’identità e la cultura contadina in favore dell’agricoltura industriale. Sicuramente il nostro benessere economico ne ha beneficiato (probabilmente a scapito della crescente povertà delle popolazioni del terzo mondo), ma questo non ci aiuta a sentirci meglio e, soprattutto, non ci fa sentire veramente vivi.

Ecco, per me, al di là della magnifica tipicità che solo certi vini possono esprimere in un determinato territorio, non può esserci vero terroir, né per la viticultura né per l’agricoltura in generale, se non ci impegniamo a ritrovare quei comportamenti e quei gesti che contengono sincero e profondo rispetto per questa Terra e che danno un reale senso al lavoro del contadino. I gesti della vita.

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