Two wrongs don’t make a right

SAM_0734

 

 

 

 

 

 

La collina di View of the World (vista sul mondo) è sicuramente uno dei posti più belli e interessanti del massiccio granitico che attraversa lo Zimbabwe da sud-est a nord-ovest, in quella zona denominata Matobo, terra di origine delle popolazioni Ndebele che costituisce una delle due principali etnie dello Zimbabwe assieme agli Shona.
Il paesaggio mi ricorda da vicino quello di altri massicci granitici del mondo ma la flora e la fauna sono quelli tipici dell’Africa meridionale e del tropico e ovunque si ergono totem rocciosi apparentemente in equilibrio precario e che si stagliano verso un cielo terso e privo di nuvole.
Sulla sommita’ di questa collina, giacciono monumentali macigni di granito, che sembrano essere rotolati qua sopra contro qualsiasi legge della gravità, disposti in cerchio quasi a formare un gigantesco tempio naturale, uno stonehenge paleolitico.
Al centro di questo tempio, ai miei piedi, una grande lapide in bronzo riporta il laconico epitaffio “Qui giacciono le spoglie di Cecil Rhodes”.
View of the World è un posto magico per me come per chiunque sia stato qui, dai San (i Boscimani), agli Ndebele – il cui oracolo spirituale, il Mlimo, viveva qui – ai primi coloni europei .
Non stupisce quindi che Cecil Rhodes, il ricco e controverso mercante britannico che dette il suo nome alla Rhodesia, amasse trascorrere lunghi periodi tra queste colline rocciose e che desiderasse essere sepolto qui.
Eppure, nonostante la spiritualità di questa regione, la sua capitale – Bulawayo – porta nel nome (che in linua Ndebele significa “il luogo della strage”) una tragica storia di guerre razziali che hanno violentato questi luoghi a più riprese.
Rhodes fu la causa della prima Chimurenga, la prima sanguinosa guerra tra i coloni britannici e le tribu locali e che culminò con l’assassinio del Mlimo ad opera di uno scout americano. Storie di prepotenza e sopraffazione per il possesso della terra e delle sue preziose risorse; storie di sangue e violenza gia’ sentite mille altre volte e che continuano a ripetersi nel corso dei secoli.
Mentre osservo il paesaggio circostante, mi rendo conto che la lapide di Rhodes rappresenta un elemento di distrurbo, una presenza invadente in un paesaggio profondamente sacrale; e la laconicità dell’epitaffio suona mestamente come una malcelata arroganza per il solo fatto di aver voluto marcare pernennemente questo territorio con la sua presenza.
Si racconta che lo spregiudicato Rhodes inganno’ il re Ndebele ottenendo il diritto a sfruttare le terre in cambio di pochi regali. Cosi’ decine di migliaia di coloni viaggiarono al seguito del ricco mercante e del suo esercito, sconfissero e scacciarono gli Shona e gli Ndebele dalle loro terre e si insediarono in tutto l’attuale Zimbabwe (come prima avevano fatto nel Sudafrica), e fondarono enormi fattorie agricole.
Il neonato governo della Rhodesia cominciò poi un’intensa attivita’ di esplorazione e sfruttamento di minerali preziosi espropriando i San delle loro zone di caccia e privandoli per sempre, negli anni a venire, della loro identità culturale.
In pochi anni Rhodes istituì un governo interamente controllato da bianchi, stabilendo di fatto un regime in tutto e per tutto simile all’apartheid sudafricano.
Nonostante tutto, in pochi anni, la Rhodesia divenne la seconda potenza economica dell’Africa meridionale, dopo il Sudafrica.
Qualche sera prima di questa visita a Matobo e ai suoi paesaggi rocciosi, Maxwell, la nostra guida Africana, ci aveva parlato brevemente della storia dello Zimbabwe. Maxwell è originario di questo paese, cosi come sua padre e sua padre, e cosi come tutti i sui avi, membri dell’etnia Shona.
Maxwell ha lo sguardo fiero e intenso, e’ uno spirito libero e ribelle, ha viaggiato per piu’ di meta’ della sua vita e si e’ guadagnato da vivere facendo la guida in quasi tutti i paesi dell’Africa meridionale; ma è anche una persona erudita, parla molte lingue e conosce la storia del risorgimento italiano. Sua madre e’ una persona che ha avuto molta influenza su di lui, che si e’ conquistata il rispetto della sua gente prima esercitando la professione di giudice e adesso lavorando presso una ONG dove lotta per dar voce alle donne che hanno subito abusi e violenze.
Maxwell e i suoi genitori hanno assistito alla nascita dei partiti nazionalisti neri negli anni ’70 e ’80, alle proteste via via sempre piu’ accese fino alla rivoluzione che ha portato al rovesciamento del regime dei bianchi ed alla costituzione della repubblica dello Zimbabwe. Una repubblica all’apparenza democratica, ma di fatto controllata da uno dei più temuti e discussi dittatori africani, Robert Mugabe.
Al grido di “siete venuti con nulla e ve ne andrete con nulla” le industrie vennero espropriate e le fattorie depredate. I vecchi proprietari terrieri bianchi, discendenti dei primi coloni, o fuggivano o finivano trucidati a colpi di machete, il loro bestiame massacrato e le terre incendiate.
In pochi anni lo Zimbabwe perse tutto il proprio benessere economico, Mugabe divenne persona non grata, accusata di torture e genocidi, e l’inflazione raggiunse livelli ridicolmente grandi.
Oggi, ci dice Maxwell, in Zimbabwe ci sono poche regole: non si può parlare di Mugabe in pubblico, non si può orinare in pubblico, non si può bere in pubbico e non si possono fotografare poliziotti e posti di blocco. Sulle strade ci sono appunto posti di blocco ogni 15-20 km e ci dice, negli ultimi anni non è stato ucciso nemmeno un turista!
L’affermazione in realta’ non mi rasserena affatto semplicemente perchè non mi piace l’associazione tra turista e omicidio.
Maxwell e’ una persona orgogliosa delle proprie origini, porta i capelli in stile rasta e non mangia pollo. Ha studiato in Sudafrica e non gradisce se qualcuno gli chiede come mai non parli l’Afrikaans, la lingua che lui considera dei coloni, conquistatori e oppressori.
Tuttavia, per quanto grande sia il suo attaccamento alle sue origini tribali e culturali, per quanto odioso lui consideri l’apartheid, Maxwell considera terribilmente riprovevole tutto quello che è successo in Zimbabwe dal momento dell’insediamento di Robert Mugabe.
“Two wrogs don’t make a right” ci dice, ovvero: due sbagli non fanno giustizia o anche: due sbagli non creano un diritto.

[to be continued]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...